novembre 6th, 2008

Franchi Imperatori






Lo so, sono sparita. Ridotta come Amelie Nothomb senza mezzi di comunicazione se non connessioni abusive, in lotta con crescenti e quotidiane  rote da web, against tv e clamori radiofonici urbani, cammino, parlo molto al cellulare e mi guardo intorno col naso all’insù, tra esplorazioni geografiche e folate di smog autunnale.

Prima di rientrare nell’agognata carreggiata del web, mi fermo un attimo in sosta vietata, doppia fila, con le quattro frecce accese per un tributo ai Franchi.

Il tributo lo fa un Salvatore che dice: Merin, i tuoi lettori non sono dei vecchi bacucchi e spero si comprino questo libro. Il libro è di Franco,  che scrive di un altro Franco in un libro che è stato presentato da poco. E io chissà quando guiderò di nuovo la macchina… Segue. Non mi trasformerò nella posta del cuore, promesso.

Parola di Merin.

Bisognerebbe leggerlo il libro di Franco Cuomo “Dei volti che ha Medusa – la drammaturgia del rischio"-  Nicola Longobardi Editore. Le ragioni sono tante. Perché è un libro che, finalmente, con chiara, precisa e metodologica descrizione racconta di un mondo, di una splendida “stagione di teatro” troppo spesso catalogata nella nicchia della nuova drammaturgia napoletana.


Forse è vero che chi non fa teatro riesce ad avere una visione completa dei suoi meccanismi. “Dei volti che ha Medusa” è un libro che ripercorre  anche con toni passionali un pezzo di storia del teatro italiano, introdotto da una accorata descrizione della città di Napoli, la Medusa dai mille volti, dove la retorica della napoletanità lascia il posto alla crudeltà del reale.


È una visione particolarissima ma non per questo priva di quella intensità, di quella forza che ormai hanno perso (forse non l’hanno mai avuta) critici imbolsiti nella loro intelighenzia che sfocia in posture radical chic. Franco Cuomo è fuori da questi bassi teatrini di impudica sfrontatezza come lo era fuori Franco Autiero: ed è per questo che è stato spesso, troppo spesso ignorato dal modo ufficiale del teatro; non aveva l’intraprendenza di mostrarsi a critici in “fiore”, a buffi “baffi”,  a “quadri” inquadrati detentori di uno sterile potere a cui Franco Autiero ha sempre rifiutato di appartenere, e non per snobismo intellettuale,ma perché  “chill so’ tutti ignoranti”. Ed è questa ignoranza di andata e di ritorno, fatta di prosopopaici box su giornali provinciali che Franco detestava. Ed è per questo che è stato sempre ignorato: è il prezzo della sua integrità, considerata virtù, ma per lui stile di vita.


Franco Cuomo, sebbene con velata eleganza, in alcuni passi ribadisce questa strana dimenticanza e con garbo e profondità analizza il cuore della drammaturgia di Franco comparandola con quella di Moscato e Ruccello. Lo fa analizzando la drammaturgia di Autiero nella parola rivelatrice di una realtà, elaborazione di una nuova forma estetica, lo fa analizzando una lingua nella quale il dialetto è solo il ricordo di un suono, di una “biascicatura”, di una cadenza. Dove il fonocentrismo è inteso come superiorità dell’oralità rispetto alla scrittura (ovvero il teatro allo stato puro). Lo fa considerando il lavoro di Autiero come una sorta di trasversalismo culturale contenutistico e linguistico. Attraverso l’ermeneutica di cui è un sapiente conoscitore, Franco Cuomo coglie gli aspetti determinanti di quella drammaturgia (il simbolo, la follia, il rapporto con la morte, ) li ambienta in quella malinconia della solitudine, identificandolo come l’unico universo narrativo possibile degno di essere raccontato. Collega la drammaturgia di Autiero ad Artaud, a Jarry (e non certo a De Filippo o Brecht come qualche poco attento critico ha fatto e sta facendo da troppo tempo): afferma che non sapremo mai in fondo cosa si sta rappresentando, perché la vera scena è nell’immaginario di ognuno di noi.  Coglie pienamente lo spettatore scevro delle sovrastrutture intellettuali pseudo storiche di teatranti da cattedre universitarie. Perché quel teatro parla con categorie che gli sono estranee, ed è per questo che risulta diretto, passionale nel suo sconvolgere ed addolorare.

Franco Cuomo evita qualsiasi sociologismo da storico di teatro e con un attraversamento di questa drammaturgia spiega al lettore lo scontro reale di forza che si radicalizza nel testo come un conflitto ermeneutico, cioè un rischioso conflitto di interpretazione.


Un’ottima lezione  per chi parla troppo inutilmente di nuova drammaturgia, di teatro di parola; un grande stimolo per quelli che (ancora molti) non conoscono il teatro di Franco Autiero.

 

Salvatore Guadagnuolo

dicembre 10th, 2007

Adatto non è "in"

inadatto al voloInadatta mi sono sempre sentita. Ma forse inadatto non è la parola giusta. Forse dis- adatto rende più l’idea, ma al volo non ci avevo pensato. Forse perché nasco sotto il segno del toro e ho il piede pesante, lo dice anche lo zuppariello, il mio calzolaio ferramenta, quando mi cambia i tacchetti consumati.
L’unico volo che conosco è il Fabio della televisione, il volo pindarico di quando parlo, il volo dell’angelo che mi fa sempre pensare alla bustina verde del Pan degli Angeli e Inadatti al volo, l’antologia di racconti in cui sono incappata nonsisaccome insieme ad altri trentatrè dis- adattati (tutti blogger, coincidenza?).
Stavolta non c’entro. Ha fatto tutto Parola di Merincontraria, che vive di vita propria tramando alle mie spalle mentre io distrattamente mangio, dormo, esco, piscio e provo a fare tutte quelle cose che si fanno nella vita reale sperando di scriverle al più presto nel blog. Chesta vit’è na caten… Qualche volta fa un po’ male. E pensare che lo schifo pure a Pino Daniele. 
Cià, sono giadim, vuoi partecipare? Ovvio. Il tema è la malattia. Strano. La casa editrice è Giulio Perrone. Boh? La chiave è l’ironia. Bene. E mò sto a pagina 47, incastrata tra un disadattato e l’altro, stampata su carta bianca con “Brioche e giuggiole all’alba” anche se le giuggiole non le ho mai provate e quando ha sentito la parola brioche mia mamma credeva che avessi scritto un racconto erotico sulla fica.
E ci sarà pure la fiera del libro a Roma e sarà pure una furbata natalizia dare una parte del ricavato di copertina in beneficenza e avremo anche un banner con errori grammaticali, ma nessuno mi aveva mai scelta per essere inadatta.
Sei inadatto? Allora vai bene. Adatto non è più "in".
Inadatto è la foto che ti scattano mentre stai distratto, la moka che scoppia, il temporale estivo, la calza smagliata prima di uscire, la sveglia del cellulare che suona col silenzioso. E poi cose più gravi.
Al volo non ci avevo mai pensato.
Al massimo volteggio tra i pieni e vuoti della blogsfera, come i palloncini ad elio che si perdono tra le nuvole.
 
(15 euro, 200 e rotte pagine, distillato di puro disadattamento. Ovvio che tutta sta manfrina patetica nascondeva un becero scopo pubblicitario che mi sarei volentieri sparagnata. Compratelo per la beneficenza. Mica per me.)
 
Parola di Mer-inadatta

dicembre 4th, 2007

Bella e d'annata

9788860521033gSi chiamerà Bella e d’annata – ma il suo nome di battesimo è Januaria Piromallo-, la nuova Barbie per le signorine “anta” cresciute nei tempi moderni.
L’epoca della pornololita Skipper e della casa di campagna (simbolo del way of life Mulino Bianco) è tramontata con la permanente di Ambra Angiolini. C’è bisogno di una nuova bambola con le tette generose e qualche rughetta d’espressione che faccia da testimonial alle ragazze cresciute.
Barbie d’annata indosserà un vestito al ginocchio color prugna da cui spuntano leggins ricamati in pandan. Le scarpe saranno in vernice a punta tonda come detta il must autunno-inverno. Simbolo della vera donna e scrigni di un bon ton tardoromantico, il segreto delle belle e d’annata sono i tacchi cento e le collane di pietre dure sbrilluccicose, accessori di seduzione irrinunciabili. Sulla lunga chioma di barbie che tutte, da bambine, ci siamo divertite a tagliuzzare generando creste punk e zelle asimmetriche, avremo un cappellino con la visiera in tweed, simbolo dell’ironia con cui si guarda al tempo che passa. Single o maritata, scoppiata o nubile, col botox o con la cremavenus, ma sempre e comunque d’annata, si tratterà di una bambola parlante con accento francese che su richiesta reciterà anche un estratto del rosso e il nero di Stendhal improvvisando una danza dell’omonima sindrome.
Acerrime nemiche delle velone alla  Lecciso (d’annate perchè brutte e stupide), le Barbie d’ annata saranno vendute nella consueta confezione di cartone rosa shocking. Magia del marketing, in accompagnamento alla Barbie e alle sue amiche con i capelli rossi o con la carnagione marron glacè, ci sarà al posto della lingerie sexy e delle crucce traforate, un corso di sopravvivenza vero per ragazze socialmente scorrette (mamme, zie , nonne, ragazze previdenti non ancora “anta”) scritto da un’autrice altissima bellissima antissima. Un libro per chi pensa che la bellezza è come il provolone del Monaco. Con gli anni può solo migliorare.
Nell’attesa che passino questi quindici anni di miglioramento, comunico alla Mattel la mia idea geniale partorita insiema alla mia socia in una capanna di libri e un sottofondo jazz mentre fuori piove.
                                                                          

gennaio 13th, 2007

Furbaricco

Alessandro Baricco, sguardo sornione e ricciolo brizzolato, è la prostituta della letteratura contemporanea. Una maitresse d’alto borgo per i fan, una puttanella furba per i critici. Ma sempre una prostituta. Di quelle che il mestiere loro lo sanno fare così bene che ti verrebbe di fare la prostituta anche a te.

E allora, sull’onda del "voglio essere una puttanella anch’io", me ne vado alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri per la presentazione dei Barbari. Entro e chiedo alla prima di faccia di bravo ragazzo che trovo " Dov’è Baricco". Faccia pulita risponde: "Lì!", indicandomi lo stand con la pila dei libri verde acqua e la scritta " I Barbari, l’ultimo successo di Alessandro Baricco". Ringrazio bravo ragazzo della sua purezza/ignoranza e mi faccio ressa tra i veri aguzzini che sgomitano per la Pozzi della letteratura davanti a un figo che fa da security. Guardo il figo dritto negli occhi, mostro con prepotenza la tessera stampa senza neanche sfilarla dal portafoglio e plof sono dentro alla stanza a luci rosse.

Eccolo lo scrittore attore presentatore editore direttore di scuola di scrittura creativa. Il mago dei superpocket, il genio del . scritto Punto e delle E a fine frase, il grande seduttore della parola. Colui che da 100 pagine tira un film di 3 ore su un uomo che porta il nome di un secolo. E dopo Novecento, Seta, il film. Il libro a 16 anni mi fece impazzire e pensare di andare alla Holden a Torino. Ma quando poi ho letto

La Scuola Holden è una scuola privata. Dunque, costa.(www.scuolaholden.it)

senza tuttavia capire quanto, ho cambiato idea. E quando poi ho saputo che il cumpagnello a tutto di Alessandro Baricco è un tale che si chiama Massimo Procacci e che la piccola casa editrice che hanno fondato è la Fandango Libri allora Baricco mi si è fermato sulla bocca dello stomaco, insieme al panino dell’autogrill con i gamberetti che si chiama " Oceano Mare".

Poi su Repubblica leggiucchio stralci dei Barbari, non faccio neanche in tempo a dire "ah bello, Baricco ha rispolverato il feuilletton, riportando in voga il romanzo a puntate" che esce il libro su cui l’autore scrive " Il romanzo a puntate non mi attira per niente. Per cui sarà un saggio, nel senso letterale del termine, cioè un tentativo: di pensare scrivendo".

Il romanzo non ti attira, ma i soldi si, eh? Eh, già, mò i saggi sono "tentativi" in senso letterale, si scrivono a puntate in 5 mesi, con la spada di damocle di Repubblica sulla testa e poi si fa un  copy and paste più copertina cartonata ed ecco qui il libro?  

Caro  Baricco, tu mi dirai che la precarietà e la velocità sono caratteristiche della "mutazione", del lavoro barbarico, ma mia nonna ti avrebbe detto che à canzon a saje long’ tu..

E mentre tento si spiegare tutto questo alle mie amiche, e coltivarmi una ragazza con digitale per le foto per il magazine, nella ressa per gli autografi, mi cade un assorbente dalla borsa. The end.

Con tutto il rispetto per le prostitute e l’ammirazione per Moana Pozzi.

Alda F.

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