Cambiamenti

Friggo le cotolette in dieci minuti. Scolo dall’olio bollente con quella maestria che ho visto in mia madre e prima in mia nonna. La panatura è croccante e il piatto è abbondante per sfamare due uomini che tornano da lavoro.

Mi chiedo quando, esattamente in che punto, è avvenuta questa trasformazione. Esiste un momento in cui il confine tra indipendenza e responsabilità si assottiglia terribilmente.

Oggi dormo in cucina e non riesco a stare in nessun altro posto che non sia il mio. Mio in quel momento. Il ricordo di cinque anni sui tetti nel cuore di Milano si accartoccia come una lattina di Coca Cola, impresso come l’alito che ti lascia un mix di spezie orientali, ma il baricentro è già spostato.

L’altrove è in eterno divenire e l’occhio di bue si spegne. Sono sempre lì, ma guardo la scena dalle quinte laterali.#nuoveprospettive

Parlo sempre troppo.

Ogni luogo è diventato possibile, ma reggo fatica tutti quei drink, le ospitate go&back, condividere il letto con amici e amiche, le gite di una notte, lavorare di notte, studiare cose nuove, sudare in mezzo alle correnti, lavorare nel weekend, il pensiero di trasferirsi all’estero, deprimersi eccessivamente.

Ci vogliono molte energie per il rock. E piglio la bronchite, immaginando nel delirio febbrile  un legame ideologico con la Monaca di Monza.

Credo ancora molto nel mio lavoro, come fanno gli inguaribili romantici. Benché questa altisonante e oscura e vaga parola – COMUNICAZIONE- mi abbia fatto penare non poco e tradita più volte. Mi ha costretto ad andare sempre a cento, anche quando sarei voluta andare a venti, a trenta, a passeggio. E invece no, a galoppo Furia!

Mi emoziono in maniera diversa, più semplice. D’altronde le amiche con cui si consumano gli psicodrammi esistenziali,in macchina, di notte, sono lontane. Manca proprio il setting per lo psicodramma. Ma a spogliarmi con loro in un tempo rubato sono sempre propensa.

Mi impongo volutamente un ritmo lentissimo nel privato che va a compensare tutte le consegne, le interviste, le dirette, le scadenze, gli start up del passato. Espiazione.

Con snobismo, sono sempre più lontana dal gusto comune e dalla politica. Non resisto per più di trenta secondi davanti alla gente che si parla addosso nella vita e nei talk show.

Mi imbottisco di film e assaporo quella bella e brutta sensazione di galleggiare, di chi non può andare avanti sbattendosi oltre.

Che poi se sto troppo ai fornelli mi sveglio all’alba e sento gli uccellini cantare e i tacchi della maestra che sta al piano di sopra. Tac Tic Tac tic tic tic.

Cambiamenti. Sono solo cambiamenti.

Marocco

Quel che resta del.

E poi, tutta presa a fare avanti e dietro dal bagno, in preda a quelle diarree del viaggiatore, che poi sono solo diarree normali delle ragazze che si abbuffano, del Marocco non ho più scritto.

E allora raccolgo quel resta attaccato addosso, compreso l’olio di argan che puzza di noccioline e di cacca di pecorella. Ma ormai nella mia doccia ci sono solo prodotti arabi: due guanti di crine che scippano la pelle come solo una chiatta matrona araba saprebbe. Il savon noir, sapone nero, da spalmare prima e dopo il gommage e il Gasshoul, un composto d’argilla a forma di polpetta da usare al posto dello shampoo.

Mancano solo quella decina di secchi d’acqua bollente che ti buttano addosso tra i vapori fino a che tu dici stop stop madame non riesco a respirare e le urla dei bambini.

Ragazze, l’hammam, quello pubblico, dove la gente va a lavarsi è tutt’altro che un’esperienza rilassante, almeno per quelle turiste occidentali che senza sapere l’arabo vogliono fare a tutti i costi quello che fanno le donne del posto. Però c’è tutto: per 10 dirham ti puoi comprare una mutanda nuova e un rasoio bic.

I capelli, sotto il foulard, si asciugheranno da soli. Inshallah. Sempre se Dio vuole, come tutte le cose che si fanno là.

Io i viaggi non li so raccontare. E mostrare  le foto del viaggio tentando di spiegare, una violenza. Devi farmi vedere le foto del Marocco. Sorrido. E aspetto una grigia mattina di Novembre per ritrovare l’atmosfera di patii e tappeti e colori e colazioni luuunghe e caos di città e deserti sconfinati.

E allora raccolgo quel che resta, ora per davvero.

La puzza della pelle nelle concerie di Fez e il dedalo della medina in cui perdersi e farsi male. Cediamo alle false guide, ma anche quello fa parte del gioco. Il caffè più buono della vita. I francesi comprano le vecchie ville a poco prezzo che diventano splendidi rihad, prigioni dorate per coppie gay occidentali che vengono a fare del sesso esotico di lusso scandito dalla voce del muezzin  المؤذن للصلاة  incaricato di chiamare dal minareto  cinque volte al giorno i fedeli  per la preghiera. E il tripudio di voci e canti, in trecento moschee, alla stessa ora di giorno e notte, come dico sempre, me lo tatuo sul cuore. E poi da lì, non so come mi ritrovo a ballare a piedi nudi nel Sahara insieme a Majhid, nostra guida e nostro amico, marocchino che ce l’ha fatta ma senza il passaporto. Paradossi. Majhid, da gigolò per Milf svizzere ad autista per una nota compagnia di viaggi svizzera.  Il riscatto dell’ex cammelliere che vive con undici fratelli, segnato da un matrimonio combinato, divorziato e che dorme sulle dune pure se ha l’albergo pagato. Perché io nel deserto no pensare, no rumore, niente. Pace. Come per voi mare, ma di più.

Facciamo tutto. Da turisti e non. Perché il confine è sottile e non ci sarà dato capirlo mai. Mai.

Il tè sotto la tenda dei nomadi, il giro sul dromedario, vediamo le donne  sui muli e gli uomini seduti sul marciapiede a fissare la strada, i vestiti stesi sulle rocce, le persone che vanno in vacanza e anziché stendere l’asciugamano spiegano i tappeti sul fiume, le turiste con i capezzoli che si intravedono dalla maglietta bagnata per arrapare i maschi e indispettire i vecchi, i bambini poveri che corrono scalzi dietro un autobus di turisti, gli uomini in gonnella, le donne ricche e bellissime di Casablanca, le donne nere e invisibili dei villaggi. Facciamo trattative su tutto e ovviamente comprerò un tappeto che ritroverò a meno più avanti. Finalmente. Un posto senza turisti dove mangiano con le mani sul tavolo senza neanche i piatti. Finalmente. Finalmente mi libero dalle mie prigioni dorate e dai servitori dei rihad di lusso che ad ogni portata e asciugamano pulita mi sento male per loro. Mi perdo nei vicoli colorati di Essaouira e preferisco questa Grecia esotica un po’ puzzolente con tanti mercati e le donne vestite in spiaggia. Questo è l’apice del viaggio con tante confidenze  e una ceretta molto artigianale. Compriamo cose per sembrare un po’ arabe pure noi mentre loro venderebbero mamma e padre per una nostra collana. Compriamo cose per i nostri uomini, qui scopro e capisco e sento di averne uno.

E poi Marrakesh. Spaccanapoli al cubo, con le botteghe che non dormono mai e gli uomini che si fanno la barba a mezzanotte. Mi confortano i modi diversi di di vivere il mondo.  Adoro il profumo del muschio e dell’ambra, quelle centinaia migliaia di spezie del suq e le puzze del cibo in strada. Quel commercio secolare e insieme improvvisato  mi rapisce.

E chi lo sa se quando eravamo affacciate alla terrazza che dà sulla piazza di Jāmiʿ el-Fnā, uno di quegli spettacoli che gli occhi non bastano, chi lo sa se Simona B. se lo sentiva già che di lì a qualche mese, ci avrebbe invitate per un tè alla menta per dirci che sarebbe diventata madre.

Zio Vittorio

Non mi volevi al tuo funerale. Lo so. Perché a te ti sono sempre piaciute le visite.  Le sorprese mai. Soprattutto durante la controra. Ti piaceva la visita classica. La poltrona, i mobili antichi, il porta bon bon con le caramelle Rossana. D’inverno, la stufa a gas e il maglioncino di cachemire verde. La doccia sul terrazzo d’estate. La chiamata sul telefono fisso, l’appuntamento, le lettere che finivano sempre con “sua pregiata mano” e altre incomprensibili sigle del bon ton.

Direttore, Professore, Cavaliere, Amico di Ministri e Giornalisti, estimatore del titolo, persecutore dell’alleanza di rango.

Orfano di padre, emigrante in Germania,  la sindrome del fratello più grande, le zuppierone di verdura,  pane e glicemia, insulina per gli amici. Per i nipoti un’istituzione. Da temere, quasi.

In qualche angolo della memoria affiorano i baffi e la pipa. Poi la stecca di Marlboro che ho annaffiato sotto al  lavandino il giorno che decisi che non dovevi più fumare.

D’altronde sono stata sempre una bambina viziata e sfriggiosa, non è vero?

Se te lo dicessi mò, sfriggiosa, scoppieresti in una di quelle tue risate grasse e farfugliose. E racconteresti di quando ti aiutai a dipingere il lampadario dello studio. Dopo un mese stavi ancora raccogliendo le gocce di pittura.

I miei fidanzati non ti sono mai piaciuti. Scavurati, dicevi. O’ zio, qua abbiamo bisogno di gente produttiva.

Abbiamo litigato. Ti piacevano i miei articoli. E i tuoi tempi.

Poi un giorno d’estate, la peggiore estate, squilla il telefono a prima mattina: senti a zio, se non trovi lavoro te li dò io tremila euro e facciamo un grande libro con le ricette della cucina mediterranea. Quattro mani tu e tuo cugino: una giornalista e uno chef.

Pensavi sempre grande. Enorme.

Instancabilmente. Con regole golose e voraci, strabordanti.

Volevi realizzare. Volevi il trionfo del cognome.

Allora,  sulla barchetta, proprio quel giorno, di fronte a tanto vento e tanto mare, mi sono chiesta a che pensavi. Cosa pensava uno come te da dentro al letto tutta la giornata.

Poi, tra la rada e la randa, è arrivata un’onda e la salsedine si è sfrangiata in  tante piccole gocce che non si riusciva più a guardare. Nè a pensare.

Post Londra

Dei 31 anni e della resilienza

E allora quel tempo che mi è mancato, me lo scippo alle sei del mattino. Senza affanno e prima di cominciare tutto.

Buongiorno Londra. Sei scivolata via con la stessa velocità con cui si bevono certe birre a 18 anni. Ti ho ingurgitata con voracità e la sfrontatezza di un momento in cui ho sentito di essere finalmente salva. E un pò fuori tempo per essere pienamente dentro quella bellezza decadente che ti contraddistingue. Alla trasgressione di certe storie notturne che si consumano nel Tube, al bagliore posticcio di Piccadilly, alla risata alcolica di un bellissimo pub di fine 800. Mi sono chiesta perché mi sei sempre sfuggita ma so anche che non finisce qui.

Sai, Londra è quella città in cui puoi tornare dieci volte e ti pare sempre di non aver visto niente.

Non ti esaurisci. Arrivo tardi, arrivi tardi, ma al tempo della Resurrezione. Faccio un clic sul cuore sul bagno con la tazza di tè poggiata sulla vasca e l’acqua bollente. Su quei miei momenti alla Serpentine Gallery, il finestrone che dà sul parco e la solitudine con me nella contemplazione artistica. Il filmato dell’investitura della regina Elisabetta mi rapisce più dei diamanti della corona. Mi perdo nell’arzigogolio delle guglie di Westminister e so che solo con la compagna di viaggio che ho scelto posso stare liberamente in quel confine sottile tra passato e presente, caduta e scatto in avanti, errori e rivincite, trastullarmi tre ore nelle chincaglierie di Portobello e ridere a squarciagola per un insolito pic nic ad Hyde Park con casatiello, stupirmi di quello standing a sessant’anni, bere tutte quella energia che non sai a che fonte attinge.

I 31 arrivano come le silhouette dei film muti degli anni 20. Lenti e sullo sfondo. Poi accellerano di scatto e della trama non ci capisci più niente. Quest’anno fingo di più a me stessa di non volermi festeggiare. In realtà ho architettato tutto. Scelgo Milano e un letto matrimoniale su cui svegliarmi con una squadra fortissimi, come quando eravamo piccoli. Io un po’ più sola e secchiona ma sempre su un piedistallo. Loro più rilassati e complici e desiderosi di essere presi per mano. Alla fine torno a casa con cocktail, rosa e Polaroid dell’indiano ad immortalare il momento. Sonno, un trenino che si allontana verso la collina marchigiana e tanta pioggia sul vetro dell’auto. Questo mi voglio ricordare. La condensa, l’odore di bagnato, il silenzio come dopo un temporale estivo.

La resilienza è la capacita di superare i traumi guardando sempre agli aspetti positivi della vita. Qua si parla dei bambini di Baghdad, mica dei tre rotoli sulla pancia o di un neo spuntato all’ improvviso. Che poi se ci vogliamo lamentare della linea, smettiamola di fare le Signore in Terrazza con torta gelato al pistacchio affogata nel vino biologico, che c’avrà pure meno solfiti, ma ragazze mie se famo male e le calorie quelle sò. La resilienza come la vedo io ha la luce gialla di certe sere di primavera che a stare fuori fa ancora freschetto. E’ confidenza. Che te la pigli, che la dai, che viaggi sopra le righe. E’ una convivialità enorme, che si rinnova, declinata in tante piccole storie e intrecci, sensazioni sottili, che ad acchiapparli tutte esci pazzo. E’ incellofanata in una rete di pescatori. Che però se guardi bene dentro le maglie trovi sempre quel sorriso che cercavi e quello sguardo che non ti aspetti.

Domenica

E nel cielo gli angeli fanno surf. E’ la nostra Hollywood e tutto può succedere.

Certe domeniche vinci. La lotta tra veglia e sonno, tra ormoni e pigrizia, tra euforia e disforia. I bicchieri sono spaiati, ma finalmente i mobili al loro posto. E pure tu. Accendi il cuore e spegni i limiti. L’organizzazione, l’affastellamento dei pensieri, la rabbia, le rivalse, le certezze, le incognite. Sempre tu. Trasparente. Avvolta da una bava invisibile che possono metterti la mano nello stomaco e prendere tutte le emozioni tanto che non filtri. Tanto che ti togli la maschera. Senza paura di mostrare il fianco morbido e tutte le cicatrici. Senza paura di travolgere con tutti i tuoi sentimenti travolgenti. Senza paura di viverti l’esuberanza, un raggio di sole, il naviglio a primavera, la schiena scomoda e un carciofo troppo pungente.

La domenica è un giorno santo e io onoro la festa.

E lo faccio in tavola rotonda interrompendo il circolo delle domande e risposte da sola, ma girando la ruota. Lasciando regalarmi. Impressioni, gesti, risate. Un momento di riflessione in cui i puzzle tornano a posto. Tutto immateriale e pure così concreto. La concretezza dell’anima è un’esperienza da fare con pochi, senza troppo studiare. E la stessa città diventa una terrazza boemien, una passeggiata decadente, un caffè letterario. E il portafogli un accessorio inutile.

Abbracci la quiete giallognola delle sere di marzo sgretolando i tuoi imperativi come le bucce di pistacchio.

Da lunedì un nuovo obiettivo. Non mi metto a dieta. Alleno lo sguardo dopo una domenica in cui ho creduto. E visto.

I giorni della Merla

Arrivano senza bussare. Ti avvolgono la testa di nebbia e ti fanno tirare il colletto più insù. Gracchiano vestendosi di nero e urlano tutti i colori dell’inverno. Formano brina, stalattiti, aurore mentali, scie ghiacciate, stelle ibernate, pensieri nostalgici. Ti catapultano verso un passato di luci vespertine.

Confondono. Io sono qui a dirti che non ho più paura.

Brancolano, guaiscono, latrano, combattono contro le nubi dei termosifoni, le gondole, i cerchi di sigarette fumate nell’ atrio all’aperto.

AppannanoAnnebbiano.

For’ o’ cielo è scuro e saglie l’onna ‘ra malincunia…

Ubriacano di pensieri e desideri oscuri, prepotenti, eterei, inafferrabili. Scatenano le forze del Male e stingono i buoni propositi tirandoti indietro anziché spingerti avanti.

You’re frozen when your heart’s not open

Dicono che sono i più freddi dell’anno. Sono i giorni della Merla.

Carry my joy on the left, carry my pain on the right.

La mano di Claudio

L’ Amore è un’altra cosa

Oggi mi sono innamorata.

Oggi ho conosciuto Giada. Nel senso che l’ho vista, collegata al videoproiettore attraverso una telecamera.

Giada ha sette anni e non riesce a tenere su la testa. E’ difficile farsi guardare negli occhi da Giada.

Paralisi cerebrale ed epilessia. Totale assenza di parole.

Suoni e gesti e una vivacità che tocchi. Tagli nell’aria tutto quello che sta capendo. Tutto. E tutta la necessità di un metodo per comunicarsi. Un sistema urgente, da distillare con dolcezza. E una bellezza disarmante, stridente con quella schiena molle e il collo che va su e giù.

C’è così tanto Giada che nel buio mi escono due lacrime. Quelle lacrime calde che una mia amica chiama “di senso” e chissenefrega del rossetto rosso, colletti e cotillon sul luogo di lavoro.

Ma non è Giada a farmi…Traboccare. E’ quella mano. La mano arrossata di quell’uomo schivo. Mi pare che si chiama Claudio. La mano di Claudio. Che non stringe forte la mano della mamma di Giada perché è il papà di Giada. No. Non lo è. Stanno insieme da appena un anno.

Stringe forte la mano della mamma di Giada perché la ama. E ama Giada. Così com’è.

Come si fa ad “esserci” così?

Potrebbe raccontarci  Claudio. Di come passa il weekend a correre con Giada in carrozzina sulle colline venete. Potrebbe dirci come sia riuscito a spingere la mamma di Giada fuori dalle mura di casa e di dolore.

E invece non dice nulla. Tutto in quella mano. Che non si stacca e io non mi stacco. E non si stacca nessuno. Dall’ inizio alla fine. Solo quella mano.

Mano intimidita, mano speranzosa, mano accorata, mano screpolata, sudata, mano di chi sta davanti a una telecamera, mano illuminata, mano che cerca una risposta, mano che chiede aiuto senza alzare la voce.

Mano che meno che mai svuotò le parole.

Mano che mostra cos’è l’Amore.

Mano che oggi Grazie a Dio l’ho vista e l’ho visto. Come può essere. Come deve essere. Un’altra cosa.

Tu dimmi se ci credi a quello che non vedi!Eppure…Resta che una parte del cuore sarà sempre sospesa, senza fare rumore come fosse in attesa di quel raggio di sole…

2013

Qualche ora prima del futuro

Cose semplici. Auguro cose semplici.

E del 2012 bilanci non ne faccio. Sarebbe come voler riassumere tutte le stagioni- un atollo, una zattera e tante tempeste-in un solo arcobaleno.

Ascoltare un po’ di più, sentire un po’ di più, esserci un po’ di più. Auguro il poco e buono, vivere la vita e fermarsi a guardarla sempre un passo prima della centrifuga. Rallentare il passo e non accelerare a tutti i costi. Fare un po’ meno paragoni e imparare a leggersi un po’ più. Imparare a dosare le parole e nello stesso tempo a dire senza paura. A comunicare un emozione, a rispettare la diversità e a nutrire una profonda stima per gli obiettivi propri e altrui raggiunti con grossi sacrifici.

Questo 2013 lo vorrei di carne e fatti, galoppando libera di essere.

Sottraendo all’ego una fetta di torta per donarla al sé. Augurando a chi mi è vicino di trovare il profumo, la canzone, la parola giusta. E se verranno cose belle le accoglieremo a braccia aperte, se verranno brutte chiuderemo gli occhi schivando ad uno ad uno i granellini di sabbia che ci porta il vento. Sperando di non essere mai soli. Sperando di avere sempre una casa calda a cui tornare, dove sentirsi un pò figli e un pò bambini, una casa in cui si parla assaje, un terrazzino che affaccia a mare e un senso di amore infinito.

Troppo grande. Che se solo riuscissi. Il 2013. Il 2013.

Canto di Natale

Caro Gesubambino,

questo Natale è iniziato caseriando, l’abitudine che ci sta qua di andare casa per casa a fare le visite. In queste case fa sempre freddo e in alcune si fuma pure dentro e allora non resta che mettersi in un pizzo (angolo) e ingannare il tempo – il tempo lento del Sud- con caffè e mustaccioli.

Sul salotto di mia nonna si litiga perchè quest’anno il fornaio ci ha fatti fessi. L’impasto dei roccocò non suona in bocca e ci sono troppe poche mandorle. Solo mia nonna, caro Gesubambino, riesce a mangiare i roccocò senza denti e solo a casa di mia nonna, la pizza di scarole cresce, riuscendo a sfamare dodici persone, tra cui la zia zitella di turno e la sora cucina – essì perchè qua i cugini delle vecchie generazioni sono sore e fratri - che non perde mai l’appuntamento.

Comunque se non ci credi che la pizza cresce, tu che fai i miracoli, vieni a mangiarne una fetta pure tu, ma te lo dico già, non lamentarti di uvetta passa e pinoli perché mia nonna Anna, che si chiama come la madre e la figlia, non vuole sentire ragioni sull’alterazione delle ricette tradizionali.

Io intanto, mi sono dimenticata la patente a Milano, ho guidato lo stesso su una strada che sembra che l’acqua di mare ti entra nella macchina, ho risentito lo squillo del telefono fisso e delle ripetute, incessanti bussate di porta e di citofono, ho avuto due tre crolli narcolettici e sono pure caduta malata.

Quello che mi è dispiaciuto quest’anno caro Gesubambino è non averti visto nascere e non aver ascoltato con la candela accesa in mano la storia della mangiatoia e del bue e l’asinello che mi piace sempre tanto.

Ma per sopportare pure il freddo della Chiesa, caro Gesù, ci sarebbero volute tre confezioni di Tachipirina e lo sai che io li odio i farmaci.

Il problema di qua non è mai fuori, è sempre dentro. E’ proprio una questione di umidità e di rifiuto ancestrale del termosifone.

Comunque caro Gesubambino se ti ho scritto queste cose è solo per dirti che anche con il freddo addosso io questo Natale svuoto il mio cuore e te lo dedico.

Riscaldalo, mettici il buio e la luce, i pinoli e l’uva passa, l’umiltà, la speranza e la voglia di amare. Toglici l’insoddisfazione, fai crescere e moltiplicare questo cuore come la pizza di scarole di mia nonna e danne una fettina in grado di saziare l’anima di tutti quelli a cui voglio bene.

Buon Natale,

Merincontraria

Season’s friends

E’ da giorni, giorni convulsi e lunghi e inspiegabili a chi si lamenta che non rispondo a telefono, che mi porto dentro un concetto.

Non esistono amicizie per tutte le stagioni.

Questa frase, buttata lì da una mia amica mentre montavamo un comò Ikea, mi ha accompagnata per giorni. Mi ha fatto interrogare sull’avvicendarsi di tanti per sempre. Mi ha risucchiato nell’ adolescenza – la comitiva- e mi ha fatto fare la mappa del mondo in testa, facendomi pensare a dove sono i miei amici ora. A chi non vuole tornare. A chi sta per partire. A chi ho ritrovato quando ho sbattuto la porta del mio monolocale. Alla solitudine di certe giornate al mare. Ad un trekking d’Ottobre che ho scolpito nelle risate e nell’immagine di una bottiglia di vino lasciata a raffreddare tra i sassi. A chi mi ha scippato indietro. A chi mi ha preparato la prima cena quando poi sono ritornata. Alla casualità e ai miracoli. Agli incontri nel tram, per strada. Agli intrecci delle vite. Alle persone che orbitano come satelliti. Amici di amici che poi ritrovi lì, nel 3 o sotto un ombrello. A chi ti porti dentro, perché sono troppi anni, siete cambiati, ma ormai non se andrà mai. A chi, comunque vada, ti prenderai un prosecco su una terrazza. A chi con cui una pizza ci uscirà sempre. A chi basterà uno sguardo per intendersi. A chi una parola. A chi ti ha offerto un passaggio in motorino e non c’è stato tempo di conoscersi. A chi la vita ti regala e ti porta via. A chi fai le bollicine e poi ti sfiati. O si sfiata. A chi ti saluta in silenzio ogni pasqua e natale come per punirti che poi tu entri ed esci da quell’ amicizia. A chi con cui hai condiviso tempo. A chi proprio non ti capisce.

Non esistono amicizie per tutte le stagioni.

In alcune semini, in altre raccogli, in altre pretendi.

In altre ancora sei spavaldo e non ti accorgi. In altre sei fragile, non hai cose che gli altri hanno, hai cose che gli altri vorrebbero. E piangi.

In alcune stagioni semplicemente è tutto gratis. E ridi. Si dà e si riceve sulla stessa impalcatura. Ci si plasma.

Secondo me ora è il momento del caffè. E facciamolo.

Ci si scambia.

E quando si arriva a quel punto, quando sei nel pieno di una season’s friend, si diventa banalmente migliori, con solo la fatica di essere se stessi sparecchiando la tavola.