dicembre 2nd, 2009

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ottobre 21st, 2008

Il retaggio ercolanese





Il retaggio ercolanese è una difesa immunitaria che si sprigiona quando la solitudine esistenziale che ti spinge in avanti cede il passo alla solitudine da adattamento con pressione uguale e contraria. Il retaggio ercolanese risale ad Ercole e alle sue colonne ed è tipico degli abitanti di Ercolano o di tutti coloro che per qualche motivo sono imparentati con gli ercolanesi a cui nulla è rimasto se non gli scavi. Il retaggio ercolanese elegge per ragioni arcane colui che ne è possessore di doti trascendenti come :

  • essere imbattibile al supermarket nel rapporto qualità prezzo
  • guadagnare in breve tempo la leadership nella gestione del focolaio
  • organizzare sessioni intensive su come si passa la pezza sul tavolo
  • dispensare consigli su come si gira la pizza di maccheroni
  • and so on.

Il retaggio ercolanese si sprigiona in maniera direttamente proporzionale alle difficoltà di adattamento per cui all’estero diventa incontenibile e centrifugo. Il retaggio ercolanese sorprende soprattutto coloro i quali credono di essersi emancipati da questa forza oscura impossessandosi all’improvviso dei gesti e delle emozioni fino a spingerti ad abbracciare gli alberi come consiglia giustamente Mauro Corona. Resta invece sopito negli ercolanesi stessi, che festeggiano il giorno dei morti suonando  chitarre nei cimiteri e appicciando i fornellini sulle tombe, immersi in questa forza magmatica come i pesci nell’ampolla.

ottobre 15th, 2007

Turpi epifanie

Niente parole oggi. Nessun post filosofale. C’è spazio per una sola certezza.

Nessuno può mettere Baby nell’angolo.

Come ho fatto a non capirlo prima.

 

 

febbraio 25th, 2007

post it

Ballare davanti allo specchio fino ad avere il fiatone. Pensare sotto la doccia che se x muore non ci hai parlato abbastanza. E se la morte ti fa bella, la felicità di più. Avere paura che quello che oggi senti al telegiornale domani succeda a te. Comprare Anna perché ha la copertina patinata ma costa solo un euro. Ascoltare quella canzone pensando che quella frase non era dedicata a te.  Lasciare il computer acceso e trovare sullo screen una foto di San Pietroburgo che avevi dimenticato, altri sorrisi, un’altra te, quanti anni fa. Pochi, tanti. E poi quella malinconia euforica, che si attacca addosso come un acaro, che dorme sottopelle mentre il governo è in crisi e la gente d’Italia si attorciglia su se stessa. E quel sole di mezzogiorno quando ti sembra di stare in piedi da dodici ore ma sei contenta di esserti alzata dal letto anche se non ce la facevi. E svegliarsi e riaddormentarsi, combattendo con la narcolessia e l’ansia del giorno dopo. E camminare con la faccia della cinese nella testa che si caga sotto nel cesso pubblico di Villa dei Misteri e tu la sorprendi mentre si pulisce. Notando l’imbarazzo di Ambra Angiolini che si sfrega le mani mentre Cocaventura intervista gli altri ospiti di Rai due.
Alda F.

dicembre 2nd, 2006

egoadelio

Se si ascolta, lo si fa solo per poi raccontare.

E mentre si ascolta ci si paragona al nostro interlocutore.

Il dialogo perde consistenza, i nostri occhi guardano gli occhi, ma i pensieri sono altrove, dietro la sua schiena, dentro se stessi, i nostri pensieri.

Se c’è una cosa che ci manda in bestia è che il nostro ego si sgonfi come si sgonfiano i palloncini ad elio.

Spesso non dipende nè da noi, nè dagli altri. Dipende dall’affanno.

L’ego sazio, tronfio di cultura, di letture, di tv, delle colonne sonore di cui infarciamo le nostre esistenze come sacker tort, scoppia, non ce la fa più, prende un ictus diabetico.

Quando scoppia basta non darlo a vedere. Allora ci mettiamo gli occhiali da sole, il fondotinta e proteggiamo le ferite narcisistiche dai raggi del sole aspettando che si formi la crosticina.  

E invece basterebbe solo soffrire all’aria aperta.

E se la tristezza diventasse di moda e sfilasse sulle passerelle, allora faremmo a gara per entrare nella nicchia della felicità.  

Alda F.

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